La Speranza del Mondo!

La Speranza del Mondo!

 

Oggi ci sono tanti problemi nel mondo.  Basta accendere il TV ed ascoltare il telegiornale per vedere che il mondo sta male.  I paesi del mondo e anche le Nazioni Uniti propongono le loro soluzioni, ma sembra che le cose vanno sempre peggio nonostante tutte le proposte e sanzioni.  Dobbiamo perdere la speranza e andare in un bunker ed aspettare per la terza guerra mondiale o la seconda venuta di Gesù Cristo?  C’è qualcosa concreta che ognuno di noi possiamo fare per far parte della soluzione invece del problema?

 

Che cosa possiamo noi Cristiani offrire al mondo come una soluzione per i problemi più fondamentali?  Chi è più potente, Gesù o Satana?  Gesù ci ha lasciato una chiave per ognuno di noi per poter contribuire alle soluzioni dei problemi più difficili oggi?

 

La Chiesa Primitiva

Che cosa c’era fra i primi Cristiani che ha attirato tanti pagani alla nuova comunità Cristiana?  Che cosa mancava fra i pagani che invidiavano fra i Cristiani?  Gesù all’ultima cena con i suoi amici, prima di partire da questo mondo, il momento più solenne per consegnare l’ultima volontà, quasi un testamento ha detto: "Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri".  Sarà questa, lungo i secoli, la caratteristica dei discepoli di Gesù che consentirà di identificarli: da questo tutti li riconosceranno! (Gv 13,34-35)

 

Fu così fin dall’inizio.  La prima comunità dei credenti, a Gerusalemme, godeva la stima e la simpatia di tutto il popolo proprio per la sua unità, al punto che ogni giorno nuove persone si univano ad essa.  Anche pochi anni più tardi Tertulliano, uno dei primi scrittori cristiani, riportava quanto si andava dicendo dei cristiani: "Vedi come si amano tra loro, e come sono pronti a morire l’uno per l’altro".  Era l’avverarsi delle parole di Gesù: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri.”  “Nel tempo degli apostoli … c’era qualcosa in quelle assemblee che oggi noi non realizziamo più, almeno ordinariamente.  C’erano l’amore fraterno e la gioia.  Quelli che si riunivano avevano tutto in comune, non solo "il cuore e l’anima", ma anche i bisogni, i beni, i pasti (At 2,42-47; 4,32).  Realizzavano una vera comunione fraterna e per ciò stesso erano nella gioia” (Cantalamessa, Vol A, p. 101).  Non era “una comunità qualsiasi, puramente convenzionale e giuridica, come sono tante parrocchie e perfino tante comunità religiose” (Cantalamessa, Vol C, p. 156).  Il loro amore non era come quello fra i pagani; c’era qualcosa molto speciale!

 

La Presenza Efficace di Gesù

E che cos’era questa cosa speciale che attiravano i pagani?  Non era proprio la presenza, piena e efficace, di Gesù in mezzo fra coloro che si amano?  Come possiamo avere questa presenza di Gesù come i primi cristiani?  "Riuniti nel mio nome" (Mt 18,20): cosa significa esattamente?  Già i Padri della Chiesa, nei primi secoli, se lo sono chiesti ripetutamente, offrendo risposte diverse, ma convergenti.  Basilio il Grande dice: "Coloro che si riuniscono nel nome di qualcuno, devono conoscere bene la volontà di chi li riunisce e conformarsi ad essa".  Giovanni Crisostomo mette sulle labbra di Gesù questa spiegazione: "Se qualcuno mi tiene come causa del suo amore verso il prossimo, io sarò con lui."  Per Teodoro Studita ci vuole l’amore reciproco.  Origene parla dell’accordo di pensiero e di sentimenti, della concordia che unisce e contiene il Figlio di Dio.  Nell’insegnamento di Gesù c’è la chiave per far sì che Dio abiti fra noi: "Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi" (Gv 13,34; 15,12).  È l’amore reciproco la chiave della presenza di Dio.  "Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi" (1Gv 4,12) perché: "Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20), dice Gesù..  In sintesi possiamo dire che Gesù è presente dove si realizza la più genuina volontà del Padre, cioè l’amore reciproco, in cui si è pronti a dare la vita l’uno per l’altro.

 

Nella comunità dunque, la cui profonda vita è l’amore reciproco, Gesù può rimanere efficacemente presente.  E attraverso la comunità Gesù può rivelarsi al mondo, può continuare ad influire sul mondo.  Gesù ci dice: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,35).  Se vogliamo dunque cercare il vero segno di autenticità dei discepoli di Cristo, se vogliamo conoscere il loro distintivo, dobbiamo individuarlo nell’amore reciproco vissuto.

 

Nel passato l’attenzione si era sempre concentrata sulle altre "presenze" di Gesù: nell’Eucaristia, nel Magistero, nel sacerdote che celebra i sacramenti, nel fratello povero, ecc., ma anche questa presenza non è meno sicura e autentica: ci è attestata dalla parola stessa di Gesù.  Di fatto, quando c’è l’amore vicendevole, sopraccennato, si entra davvero in una realtà nuova, non solo umana, ma anche divina.  Tutto ne viene trasformato.  Si respira nell’aria "un non so che" per cui viene da dire: "Che bello, come si sta bene".  Un’atmosfera bellissima, che si vorrebbe non finisse mai.  Chiunque abbia un minimo di sensibilità spirituale ne rimane segnato, anche se non sa spiegarlo a parole.  È in effetti un pregustare qualcosa della gioia del Paradiso, dove Gesù è tutta la nostra delizia, piena e definitiva.

 

È un dono troppo grande che non vogliamo sprecare.  Ed è a portata di mano, possibile sempre in qualunque luogo della terra.  La strada è semplice e chiara: mettere in pratica il comandamento nuovo: "Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato.”

 

Le Qualità dell’Amore Cristiano

Questo amore di Gesù però non è un amore comune, non una semplice amicizia, non la sola filantropia, ma quell’amore che e versato sin dal battesimo nei nostri cuori, quell’amore che e la vita di Dio stesso, della Trinità beata, al quale noi possiamo partecipare.

 

Dunque l’amore e tutto, ma per poterlo vivere bene occorre conoscere le sue qualità che emergono dal Vangelo e dalla Scrittura in genere e che si può riassumere in alcuni aspetti fondamentali.

 

Per prima cosa Gesù, che e morto per tutti, amando tutti, ci insegna che il vero amore va indirizzato a tutti.  Non come l’amore che viviamo noi tante volte, semplicemente umano, che ha un raggio ristretto: la famiglia, gli amici, i vicini…  L’amore vero che Gesù vuole non ammette discriminazioni non distingue tanto la persona simpatica dall’antipatica, non c’è per esso il bello, il brutto, il grande o il piccolo; per questo amore non c’è quello della mia patria o lo straniero, quello della mia Chiesa o di un’altra, della mia religione o di un’altra.  E così dobbiamo fare noi: AMARE TUTTI.

 

L’amore vero, ancora, AMARE PER PRIMO, non aspetta di essere amato, come in genere è dell’amore umano: si ama chi ci ama.  No, l’amore vero prende l’iniziativa, come ha fatto il Padre quando, essendo noi ancora peccatori, quindi non amanti, ha mandato il Figlio per salvarci.  Quindi amare tutti e amare per primi.

 

E ancora: l’amore vero VEDE GESÙ IN OGNI PROSSIMO: "L’hai fatto a me" (Mt 25,40) ci dirà Gesù al giudizio finale.  E ciò vale per il bene che facciamo e anche per il male purtroppo.

 

L’amore vero AMA l’amico e anche IL NEMICO: gli fa del bene, prega per lui.  Altrimenti non dobbiamo più dire il Padre Nostro perché saremo ipocriti: "e rimetti a noi i nostri debiti come noi rimettiamo ai nostri debitori."

 

Gesù vuole anche che l’amore, che egli ha portato sulla terra, diventi RECIPROCO: che l’uno ami l’altro e viceversa, sì da arrivare all’unita.

 

L’amore vero AMA L’ALTRO “COME” SE STESSO.  E ciò va preso alla lettera: occorre proprio vedere nell’altro un altro se e fare all’altro quello che si farebbe a se stessi.

 

L’amore vero è quello che sa soffrire con chi soffre, godere con chi gode, portare i pesi altrui, che sa, come dice Paolo, FARSI UNO con la persona amata (1Cor 9,19-22).  È un amore, quindi, non solo di sentimento, o di belle parole, ma di fatti concreti.

 

Chi ha un altro credo religioso cerca pure di fare così per la cosiddetta "REGOLA D’ORO” che ritroviamo in tutte le religioni.  Essa vuole che si faccia agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi.  Gandhi la spiega in modo molto semplice ed efficace: "Non posso farti del male senza ferirmi io stesso" (Cf. Wilhelm Muhs, "Parole del cuore", Milano 1996, p. 82).

 

Naturalmente, l’amore cristiano NON DOMINA SUGLI ALTRI.  Gesù ha detto agli apostoli di non dominare su gli altri “come fanno i capi delle nazioni e i grandi” (Mt. 20,25-28; Lc. 22,26).  Chi comanda, non ama.  Gesù, mite e umile di cuore (Mt. 11,29), è venuto per servire (Mt. 20:28).  Se non c’è quest’abitudine di perdere e di umiltà e di staccarsi dai propri interessi dalla parte del parroco o del responsabile, non c’è Gesù in mezzo, ma invece c’è il parroco o il responsabile in mezzo e nient’altro.  Questo tipo di mancanza d’amore, con uno spirito di trionfalismo, clericalismo o giuridicismo, è la causa dell’allontanamento di tante persone dalla parrocchia proprio perché si rendono conto che le loro idee e i loro propositi non sono veramente considerati o apprezzati.  Speso i responsabili hanno paura di perdere i loro programmi e così non comunicano l’informazione necessaria per aiutare gli altri ad entrare nella decisione; non sono trasparenti, non mettono le carte sulla tavola.  Gesù non ha fatto così con i suoi più impegnati, cioè, gli apostoli (Gv. 15,15)!  “La vera grandezza cristiana, infatti, non consiste nel dominare, ma nel servire” (Benedetto XVI; 24-11-07).  “Non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà” (Benedetto XVI; 16-01-08).  Uno dei compiti più importante di un buon parroco nella parrocchia è di incoraggiare e proteggere gli agnelli (cioè, gli umili che vogliono servire) dai lupi (quelli che vogliono dominare e sfruttare la parrocchia per la loro gloria).  Se il parroco e gli altri impegnati della parrocchia sono capaci di perdere e staccarsi dalle loro idee e propositi per poter amare ed ascoltare bene le altre persone, c’è una buona possibilità di discernere e scoprire la volontà di Gesù per ogni situazione e problema nella parrocchia.  In questo modo tutti sentono bene di aver contribuito e scoperto insieme la volontà di Gesù, non imposto dall’alto, e così si lavora con più entusiasmo e energia.  Il parroco diventa l’alto parlante della volontà di Gesù fra loro (Mt. 18:20) invece soltanto delle sue idee!  Si sente la differenza!  Si sente di fare la volontà di Gesù in mezzo e non la volontà del responsabile nonostante che il responsabile (il parroco, ecc.) deve esprimere la decisione.  È una bella esperienza!

 

Il Segreto dei Cristiani

Non è facile ad amare nel modo sopranaturale, nel modo cristiano.  Per ognuno dei cristiani, che compiono la traversata della vita, prima o poi arriva il momento della paura.  Forse anche tu qualche volta ti sarai trovato con il cuore in tempesta; forse ti sei sentito portato, da un vento contrario, nella direzione opposta a quella verso la quale volevi andare; hai avuto timore che la tua vita o quella della tua famiglia facesse naufragio.

 

Chi non passa attraverso la prova?  Essa assume i volti del fallimento, della povertà, della depressione, del dubbio, della tentazione…  A volte ciò che ci fa più male è il dolore di chi ci sta accanto: un figlio drogato o incapace di trovare la sua strada, il marito alcolista o senza lavoro, la separazione o il divorzio di persone care, i genitori anziani ed ammalati…  Fa paura anche la società materialista e individualista che ci circonda, con le guerre, le violenze, le ingiustizie…  Davanti a queste situazioni può insinuarsi anche il dubbio: l’amore di Dio dov’è finito? è stato tutto un’illusione? è un fantasma?

 

Non c’è niente di più terribile che sentirsi soli nel momento della prova.  Quando non c’è nessuno con cui poter condividere il dolore, o che sia capace di aiutarci a risolvere le situazioni difficili; ogni sofferenza ci appare insopportabile.  Gesù lo sa, per questo appare sul nostro mare in tempesta, ci viene accanto e ci ripete nuovamente: "Coraggio, sono io, non abbiate paura" (Mt 14,27).

 

Sono io, sembra dirci, in quella tua paura: Gesù dice: anch’io sulla croce, quando ho gridato il mio abbandono, sono stato invaso dalla paura che il Padre mi avesse abbandonato.  Sono io in quel tuo scoraggiamento: là sulla croce anch’io ho avuto l’impressione che mi mancasse il conforto del Padre.  Siamo disorientati?  Lo ero anch’io, al punto che ho gridato "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato" (Mt 27,46; Mc 15,34; Ps 22,1).  E quando ci sorprende la delusione o siamo feriti da un trauma, o da una disgrazia imprevista, o da una malattia o da una situazione assurda, possiamo sempre ricordare il dolore di Gesù abbandonato che tutte queste prove e mille altre ancora ha impersonato lui.  In ogni nostra difficoltà egli ci è accanto, pronto a condividere con noi ogni dolore.

 

Gesù è entrato veramente in ogni dolore, ha preso su di se ogni nostra prova, si è identificato con ognuno di noi.  Egli è sotto tutto ciò che ci fa male, che ci fa paura.  Ogni circostanza dolorosa, spaventosa, è un suo volto.  Lui è l’Amore ed è dell’amore cacciare ogni timore.

Ogni volta che ci assale una paura, che siamo soffocati da un dolore, possiamo riconoscere la realtà vera che vi è nascosta: è Gesù che si fa presente nella nostra vita, è uno dei tanti volti con cui si manifesta.  Chiamiamolo per nome: sei tu, Gesù abbandonato-dubbio; sei tu, Gesù abbandonato-tradito; sei tu, Gesù abbandonato-malato, sei tu Gesù Abbandonato-solitudine, sei tu Gesù Abbandonato-ferita, sei tu Gesù Abbandonato-prova, sei tu Gesù Abbandonato-desolazione e così via.  E chiamandolo per nome, egli si vedrà scoperto e riconosciuto sotto ogni dolore e ci risponderà con più amore.  Se così faremo, andando al di là della piaga di ogni dolore, potremo sperimentare un effetto insolito e insperato: la nostra anima è pervasa di pace, di amore, anche di gioia pura, di luce.  Potremo trovare in noi una forza nuova.  Questo ci dirà come, abbracciando le croci di ogni giorno e unendoci per esse a Gesù crocifisso e abbandonato, possiamo partecipare già da quaggiù alla sua vita di Risorto.

 

Facciamolo allora salire sulla nostra "barca", accogliamolo, lasciamolo entrare nella nostra vita.  E poi continuiamo a vivere quanto Dio vuole da noi nel momento presente, buttandoci ad amare il prossimo.  Scopriremo che Gesù è sempre Amore.  Potremo così dirgli, come i discepoli: "Tu sei veramente il Figlio di Dio!" (Mt 14,33)

 

Abbracciandolo diverrà per noi la nostra pace, il nostro conforto, il coraggio, l’equilibrio, la salute, la vittoria.  Sarà la spiegazione di tutto e la soluzione di tutto!

 

Conclusione

Questo modo di amare, queste belle parole sopraddette, se non sono vissute, non valgono niente!  Senza questo amore sopranaturale, vissuto reciprocamente, non valgono niente tutti gli incontri, programmi, iniziative o documenti della parrocchia o della diocesi o dei Nazioni Uniti.  E allora come possiamo portare questo fuoco d’amore reciproco per avere questa presenza speciale ed efficace di Gesù fra noi nelle parrocchie?  La vita primitiva della Chiesa era una vita vissuta con un grande fuoco d’amore reciproco con pochissime cose scritte.  Era tutta vita con poche parole.  Oggi abbiamo tante cose scritte e parlate ma poca vita!  Qualcuno nella parrocchia o in qualsiasi luogo deve cominciare ad amare per primo come è spiegato sopra.  Prima o poi, qualcuno risponderà a quest’amore e comincerà ad amare nello stesso modo.  A questo punto nasce Gesù in mezzo, e Gesù comincia a lavorare e generare vita nella parrocchia.  Pian piano altri saranno convertiti da questa presenza efficace di Gesù.  Il fuoco d’amore si dilaga come scrive San Giovanni Crisostomo nella lettura patristica (#5) del libro delle preghiere del Sinodo.  E così da questo fuoco d’amore fra alcuni che frequentano la parrocchia regolarmente o no, si comincia di attirare, in un modo naturale e silenzioso, altri persone di buona volontà che non frequentano la parrocchia regolarmente.  E così via.

 

Queste parole sono dunque un richiamo pressante, specie per noi cristiani, a testimoniare con l’amore la presenza di Dio.  "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,35).  Il comandamento nuovo (Gv 13,34) così vissuto pone le premesse perché si attui la presenza di Gesù fra gli uomini.  Nulla possiamo fare se questa presenza non è garantita, presenza che dà senso alla fraternità soprannaturale che Gesù ha portato sulla terra per tutta l’umanità.  Ma spetta soprattutto a noi, cristiani, pur appartenendo a diverse comunità ecclesiali, di dare al mondo spettacolo di un solo popolo fatto di ogni etnia, razza e cultura, di grandi e di piccoli, di malati e di sani.  Un unico popolo del quale si possa dire, come dei primi cristiani: "Guarda come si amano e sono pronti a dare la vita l’uno per l’altro".  È questo il "miracolo" che l’umanità attende per poter sperare ancora e un contributo necessario al progresso ecumenico, al cammino verso l’unità piena e visibile dei cristiani.  È un "miracolo" alla nostra portata, o meglio, di Colui che, abitando fra i suoi uniti dall’amore, può cambiare le sorti del mondo, portando l’umanità intera verso l’unità.

 

Tutte queste cose sono soltanto belle parole se non c’è qualcuno nella parrocchia o in qualsiasi posto che ama come Gesù ama.  Ognuno di noi dobbiamo fare la nostra piccola parte senza scoraggiarci da ciò che vediamo nel mondo di oggi.  Qualcuno deve iniziare questo fuoco d’amore, questa nuova vita, questa rivoluzione, in concreto, non soltanto con belle parole com’è, purtroppo, questa proposta!

 

Joseph Dwight

 

 

Per leggere l’articolo “L’Evangelizzazione in Opposizione ai Tre Diavoli nella Chiesa: Trionfalismo, Clericalismo e Giuridicismo”; andate a: http://evang-fondam.blogspot.com

 

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