L’EVANGELIZZAZIONE in opposizione ai Tre Diavoli

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L’EVANGELIZZAZIONE in opposizione ai Tre Diavoli nella Chiesa: Trionfalismo, Clericalismo e Giuridicismo

Come possiamo evangelizzare oggi?  Perché soltanto dieci percento degli Italiani frequentano la Chiesa regolarmente?  Perché siamo così preoccupati dei problemi nella parrocchia, come la tensione fra la parrocchia e i movimenti ecclesiali, invece di essere più preoccupati della novanta percento delle persone che non frequentano la parrocchia?  Ci sono tanti pesci nel mare!  Il documento sui i nuovi movimenti religiosi (1986) ci suggerisce di guardare che cosa manca nelle parrocchie per non perdere più persone è di attirare nuove persone.  Non è facile di auto-criticarsi per scoprire le cause dei problemi e le soluzioni.  Ma la Chiesa è riuscita ad ascoltare le critiche e poi ad auto-criticarsi proprio nel Concilio Vaticano II.  La Chiesa è arrivata ad un grande livello di maturità nel concilio.  Ma questa maturità è arrivata ancora nelle diocesi e nelle parrocchie dopo quasi 50 anni?

 

Che Cosa Manca?

Che cosa manca nelle parrocchie che non attira gli altri o che cos’è la causa dell’allontanamento di tanti Cattolici?  Che cosa possono fare i dieci percento nelle parrocchie e quelli nei movimenti ecclesiali per poter attirare il novanta percento delle persone che non frequentano la Chiesa?  Forse possiamo scoprire ciò che manca nelle parrocchie guardando al Concilio Vaticano II.  Uno dei interventi che ha colpito più fortemente all’inizio del concilio era quello di Vescovo de Smedt di Bruges, che ha attaccato il tono generale del primo bozzo dei documenti del concilio.  Con coraggio lui ha criticato il trionfalismo[1], clericalismo e giuridicismo nella Chiesa.  Dopo il suo intervento, i padri conciliari “hanno rifiutato la schema Sulle Fonte di Rivelazione, e sono tornati a casa determinati (si sperava) di distruggere per sempre l’immagine della Chiesa dominata dalla trilogia dei diavoli che Vescovo de Smedt di Bruges ha nominato apertamente come trionfalismo, clericalismo e giuridicismo.  Questo era uno dei discorsi classici del concilio e che sarà ricordato più che molte parole nella maggioranza dei decreti.”[2]

 

Ci sono ancora questi tre diavoli nelle nostre diocesi e nelle nostre parrocchie?  Io credo di si.  Penso che questi tre diavoli prendono tante forme nelle diocesi e nelle parrocchie.  Quante volte ci sono persone che abitano nella parrocchia e vogliono partecipare e servire nella parrocchia ma non c’è tanto ascolto vero o accoglienza da parte del parroco e dei altri presenti nella parrocchia e così queste persone si allontanano dalla parrocchia e si brontolano con gli altri e si prestano le loro energie da un altra parte.  Tante volte manca la capacità di rapportarsi dalla parte dei responsabili nelle parrocchie e così i rapporti con i responsabili sono in un certo modo espressione di diffidenza verso gli altri.  C’è spesso un atteggiamento di saper tutto dalla parte dei responsabili e così non c’è interessamento degli opinioni degli altri, anche se si lascia gli altri parlare o sfogare; il programma è già fatto.  Tante persone, sopratutto quelle più sensibili e intelligenti, sentono quest’atteggiamento soffocante e umiliante.  Il programma è più importante delle persone.  Quanti preti e laici sanno parlare di Dio e del Vangelo e della teologia e del “kerigma” e di amore e della comunità ma in pratica non si rendono conto che non vivono ciò che dicono e così si allontanano tante persone dalle parrocchie.  Quante sacerdoti e laici non sanno o non hanno la pazienza di attirare gli altri verso Dio liberamente con il loro esempio e così cercano di sfruttare le loro posizioni nelle strutture della Chiesa o dei movimenti ecclesiali per costringere e forzare gli altri di fare la volontà dei responsabili?  Questi responsabili insicuri cercano di mantenere una pompa magna e un’aria e distanza di autorità sopra gli altri nel loro piccolo regno.  Ha fatto così Gesù?  I responsabili immaturi vogliono intorno a se soltanto quelli che fanno esattamente la volontà dei responsabili senza chiedere spiegazione e senza criticare neanche in un modo costruttivo; gli altri si lasciano andare via o si mandano loro via.  È così non ci sono persone nella parrocchia che possono esprimere il problema fondamentale al parroco o altri responsabili chiusi nel loro piccolo regno.  Forse siamo troppo comodi e compiaciuti nel nostro piccolo regno, come il nostro “club” speciale.  La parrocchia o una congregazione religiosa o un movimento ecclesiale esiste per soddisfare il parroco e qualche responsabile o per evangelizzare e servire tutto il popolo di Dio?  Forse è più sbrigativo di comandare, ma i frutti durano quando si fa così?  Se i genitori attirano liberamente i loro figli a Dio, sopratutto con il loro esempio, i frutti durano!  Speso i responsabili hanno paura di perdere o cambiare i loro programmi e così non comunicano l’informazione necessaria per aiutare gli altri ad entrare nella decisione; non sono trasparenti, non mettono le carte sulla tavola.  Gesù non ha fatto così con i suoi più impegnati, cioè, gli apostoli (Gv. 15,15)!  Anni fa molti adulti e giovani sopportavano questo tipo di comportamento.  Ma oggi???  Credo che qualcosa non funziona nelle parrocchie altrimenti le chiese sarebbero molto più affollate oggi.

 

Dio non costringe mai una persona di fare la Sua volontà!  Mai!  La Chiesa insiste che non possiamo mai costringere le persone (VCII, AGD, 13).  Quando i laici scoprono che il parroco è abitualmente attaccato alle sue idee, e sfruttano gli incontri, come il Consilio Parrocchiale, soltanto per convincere e motivare gli altri di mettere in pratica le sue idee già decise, le persone più in gamba e intelligenti vanno via perché non sono trattate come persone intelligenti o attendibili.  Si sente di lavorare nella parrocchia per il regno del parroco invece per il regno di Dio, insieme come “nostra parrocchia”.  Quanti giovani entrano nel seminario per essere una persona importante, come percepiscono i parroci, e così finiscono, nel loro turno, di imitare i parroci autoritari che sfruttano la parrocchia per il loro elogio invece per la gloria di Dio?  “Il male che più di ogni altro devono evitare quelli che pascono le pecore di Cristo, è quello di ricercare i propri interessi invece di quelli di Gesù Cristo, asservendo alle loro brame coloro per cui fu versato il sangue di lui” (sant’Agostino, il 6 dicembre nel breviario).  Quanti laici entrano nelle parrocchie o nei movimenti ecclesiali per avere un pezzo di questa gloria per se stessi invece per il motivo di servire gli altri in umiltà?  O quanti laici entrano nelle parrocchie o nei movimenti ecclesiali con motivi buoni e dopo cercano una posizione più alto per comandare e dominare gli altri?  Quanti sacerdoti e laici e responsabili nei movimenti ecclesiali (o perfino superiori nelle congregazioni religiose) non hanno mai imparato di farsi uno o immedesimarsi con gli altri o mettersi nei panni degli altri, e così sanno soltanto costringere o forzare gli altri?  Gesù ha detto agli apostoli di non dominare su gli altri “come fanno i capi delle nazioni e i grandi” (Mt. 20,25-28; Lc. 22,26).  Chi comanda, non ama.  Quanti responsabili decidono tutto da solo e non dicono mai al altro: “Che pensi tu?” “Che te ne pari di questo proposito o di quest’idea?”  Non si può avere Gesù in mezzo da solo; ci vuole almeno due (Mt. 18:20)!  In somma, quello che spesso manca nelle diocesi e nelle parrocchie e nei movimenti ecclesiali è soprattutto amore e umiltà nel senso vero delle parole, nel senso cristiano.

 

Purtroppo anche quando il parroco è maturo e sa perdere, ci saranno sempre persone nella parrocchia, non mature, che accuseranno il parroco di non ascoltare loro nonostante che il parroco ha veramente espresso ciò che Gesù, presente fra coloro che si amano (Mt. 18:20), ha voluto in quel occasione e in quella situazione; le persone di buona volontà intuiscono questo.  Ci saranno sempre quelli che non vogliono imparare a staccarsi dalle loro idee o dalla loro "posizione di onore" (o di commando) come nel mondo e anche purtroppo nella Chiesa.  Proprio per questo motivo, tanti parroci non fanno questo rischio di lasciare i laici ad entrare nelle decisioni, così dopo i laici non devono staccarsi da qualcosa che non vogliono perdere.  Però se non facciamo questo rischio non facciamo un cammino di maturità e di carità insieme e ci saranno pochissimi (o niente) frutti che durano, e ci saranno sempre meno persone nelle parrocchie.  Credo che è meglio fare le cose insieme meno perfetto con più pazienza che da solo perfettamente e più sbrigativo.

 

Questa tendenza e debolezza umana di dominare è sempre presente nel mondo e nella Chiesa.  Durante l’omelia di sua Santità Benedetto XVI al Concistoro Ordinario Pubblico per la Creazione di Nuovi Cardinali (24-11-2007) ha detto ai 23 nuovi cardinali: “La vera grandezza cristiana, infatti, non consiste nel dominare, ma nel servire.  Gesù ripete quest’oggi a ciascuno di noi che Egli «non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc. 10,45).  Ecco l’ideale che deve orientare il vostro servizio.  Cari Fratelli, entrando a far parte del Collegio dei Cardinali, il Signore vi chiede e vi affida il servizio dell’amore: amore per Dio, amore per la sua Chiesa, amore per i fratelli con una dedizione massima ed incondizionata, usque ad sanguinis effusionem, come recita la formula per l’imposizione della berretta e come mostra il colore rosso degli abiti che indossate.”

 

Come Possiamo Evangelizzare Meglio?

Credo che ci sono tante persone di buona volontà che abitano nelle parrocchie che non partecipano nelle parrocchie.  Che cosa possiamo fare per superare le difficoltà fondamentali, indicati sopra, per poter evangelizzare meglio?  Credo che per tanti persone nelle parrocchie e nei movimenti ecclesiali, che si sentono a posto, ci vuole una vera conversione di 180 gradi che è molto difficile perché non si rendono conto del bisogno della conversione.  Dobbiamo pregare soprattutto per umiltà e carità vera.  Dobbiamo diminuire, così ognuno può rendersi conto che non ha tutte le soluzioni in mano e che dobbiamo scoprire la volontà di Gesù insieme ogni volta che c’è da decidere qualcosa importante nella parrocchia.  Se il parroco e gli altri impegnati della parrocchia sono capaci di staccarsi dalle loro idee e propositi per poter ascoltare bene le altre persone, c’è una buona possibilità di discernere e scoprire la volontà di Gesù per ogni situazione e problema.  In questo modo tutti sentono bene di aver contribuito e scoperto insieme la volontà di Gesù, non imposto dall’alto, e così si lavora con più entusiasmo e energia.  Il parroco diventa l’alto parlante della volontà di Gesù fra loro (Mt. 18:20) invece soltanto delle sue idee!  Si sente la differenza!  Si sente di fare la volontà di Gesù in mezzo invece la volontà del responsabile nonostante che il responsabile (il parroco, ecc.) deve esprimere la decisione.  È una bella esperienza!  Non è questo il modo di essere umile e caritatevole?

 

È difficile e lungo nel fare questo cammino di maturità con i più impegnati della parrocchia; però, in questo modo, i frutti durano.  Pian piano, i laici scoprono che sono veramente coinvolti nelle decisioni della parrocchia, e così altri vengono, quelli di buona volontà che non cercano un posto di commando o di onore ma di servizio nel senso vero come Gesù ha detto agli apostoli (Mt. 20,25-28).  La parrocchia appartiene a tutti, non soltanto al parroco o alle famiglie più influenti o a quelle che vogliono mettersi avanti a tutti con uno spirito critico e autoritario, pronte sempre a giudicare.  Non è questo il modo di avere la presenza di Gesù fra noi (Mt. 18:20) nella parrocchia così è veramente Gesù in mezzo che porta avanti e fa crescere la parrocchia invece di un parroco da solo o qualche persona che vuole controllare la parrocchia?  Non era questo il segreto dei primi cristiani che si amavano fra loro (At 4,32; 2,42-47)?  Non è questo il modo di costruire sulla roccia invece sulla sabbia (Mt. 7,26-27)?  Se non c’è questa abitudine di perdere o di umiltà o di staccarsi dai propri interessi dalla parte del parroco o del responsabile, non c’è Gesù in mezzo, ma invece c’è il parroco o il responsabile in mezzo e nient’altro.  Gesù in mezzo è veramente una presenza efficace di Gesù che non viene automaticamente ma bisogno meritare questa presenza speciale, amando reciprocamente insieme come Gesù ci ha amati fino alla morte; questo è ciò che significa “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt. 18:20)!

 

Chiara Lubich ha detto (Ecumenical Catholic – Orthodox Congress; 30/03/89) che in un piccolo gruppo di consacrati con un superiore, “non si deve accorgersi chi è il superiore.  Perché tutti sono fratelli.  C’è un responsabile, ma lui deve comportarsi in un modo tale che il comando sia nella carità.  Cioè, prima il responsabile deve amare l’altro totalmente.  E poi con quest’amore stabilito dice: “Sarebbe necessario andare li per fare …, che pensi tu?”  L’altro si sente amato.  Si stabilisce la presenza di Gesù in mezzo.  L’altro non si sente più che il superiore comanda, ma che è la volontà di Dio.  È logico.  È Gesù in mezzo che lo chiede di fare questo.  E lui lo fa.  Ma lui non obbedisce monotonamente , come si dice, con uno muso lungo e se ne va, ecc.  Lui è contento perché lui va a fare la volontà di Dio, non la sua volontà neanche la volontà di un altro essere umano.  La carità anima tutto.  Tutto è animato dalla carità!”

 

È vero che la Chiesa non è una democrazia.  Nella parrocchia il parroco deve esprimere le decisioni se lui è maturo, cioè, staccato dalle sue idee ascoltando bene i più impegnati nella parrocchia, o se lui non è maturo, cioè, abitualmente attaccato ai sui programmi senza invitare o prendere in considerazione ciò che i più impegnati della parrocchia dicono.  Inoltre è molto importante per i vescovi e i sacerdoti, in unione con il Papa, di proclamare con coraggio e chiarezza tutte le verità proclamate dalla Chiesa che includono anche quelle che riguardano i comportamenti morali; bisogna anche mantenere una grande reverenza per i sacramenti e per il culto di Dio.  “Cristo vi domanda di confessare davanti agli uomini la sua verità” (Benedetto XVI ai nuovi cardinali, 24-11-2007).

 

Però la grande maggioranza delle decisioni nelle parrocchie non sono una questione di verità ma piuttosto delle cose pratiche.  Se non trattiamo gli adulti come adulti, con il nostro esempio di maturità vera, le chiese si svuoteranno ancora di più mentre soffochiamo la vita della parrocchia che ancora c’è.  La parrocchia non dev’essere un campo militare ma dev’essere una famiglia con Gesù in mezzo che genera i veri frutti.  La Chiesa ha sempre mantenuto il principio di subsidiarità, cioè un gruppo grande (o il capo) non deve fare ciò che il gruppo più piccolo può fare.  I santi Cirillo monaco e Metodio vescovo ci hanno dato un bel esempio, tanti secoli fa, di questo modello di farsi uno con gli altri, di inculturazzione.  Uno dei compiti più importante di un buon parroco nella parrocchia è di incoraggiare e proteggere gli agnelli (cioè, gli umili che vogliono servire) dai lupi (quelli che vogliono dominare e sfruttare la parrocchia per la loro gloria).  Con il buon esempio del vescovo, i sacerdoti e seminaristi avranno un modello dal alto da seguire e da imitare, come dev’essere nelle parrocchie.  Gesù, mite e umile di cuore (Mt. 11,29), è venuto per servire (Mt. 20:28).  Ci vuole una certa maturità cristiana da tutti coinvolti, che richiede tempo e pazienza.  Però credo che questo cammino di maturità è una chiave fondamentale per la “nuova evangelizzazione.”  È proprio questo cammino di maturità che ci fa santi insieme nelle parrocchie e che produce i frutti veri e duraturi!  Dobbiamo fare questo cammino di maturità con tanta pazienza, umiltà e amore.  Come ha detto il vescovo di Trento, il mondo ha già sentito tante cose di Cristo; per ri-evangelizzare il mondo questa volta, dovremo prima “essere” cristiani e poi parlare di Cristo.

 

Joseph Dwight

 

 

Per leggere anche l’articolo “La Speranza del Mondo”; andate a: http://evang-fondam.blogspot.com

 


[1] “Il molteplice attacco Cattolico contro trionfalismo va in sintonia con un desiderio di sostenere la spiritualità della Chiesa.  Questo è uno dei elementi essenziali del nuovo modo ecclesiologico di pensare apparente al concilio.  Il concilio non voleva nessun nuovo dogma, nessuna nuova definizione della Chiesa che clarificherebbe tutto.  Invece, con la gerarchia in mente in un modo molto esistenziale, era una chiamata all’umiltà completa e totale.  Il concilio stava dicendo alla Chiesa a ricordare che Lei segue il Signore che è venuto non per essere servito ma per servire” (Mc 10:45); G. C. Berkouwer, The Second Vatican Council and the New Catholicism (Eerdmans, Grand Rapids, 1965), p. 184.

[2] Bernard C. Pawley, ed., The Second Vatican Council (Studies by eight Anglican Observers) (Oxford University Press, London, 1967), p. 114.  Vedi anche: Floyd Anderson, ed., Council Daybook – Vatican II (Session 1, Oct. 11 to Dec. 8, 1962, Session 2, Sept. 29 to Dec 4, 1963) (National Catholic Welfare Conference (Pub.), Washington, D.C., 1965), p. 275. Vedi anche: http://www.strategicboard.com/index.php?s=VESCOVO; www.unavox.it/doc89.htm.

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